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Václav Havel. Una storia delle mentalità?

Nel loro lavoro sulla rivoluzionaria rivista di “microstoria” Annales, Marc Bloch e Lucien Febvre avevano delineato i principi della Nouvelle Histoire, richiedendo a uno storico di raccogliere i fatti delle società del passato, provando a disegnare una “storia delle mentalità”.

L’attuale assetto dell’Europa sembra lanciare a un giornalista culturale la stessa sfida: dopo molte discussioni, l’approccio vincente nell’esplorare la nozione di “teatro internazionale” si è confermato quello di non considerare questo come un concetto statico, ma piuttosto come un complesso rompicapo composto di frammenti di diversi immaginari.
Abbiamo trascorso tre giorni a una sorta di “edizione zero” del Crossroads Festival di Praga, ideato dal regista Michal Dočekal, direttore del settore Prosa del Teatro Nazionale Ceco e presidente dell’UTE. Come si legge nel programma, il Festival è dedicato alla memoria di Václav Havel: “in qualità di intellettuale e politico, si è battuto per separare il bello dal brutto ed è rimasto risoluto, regalando la propria conoscenza del bello”. Crossroads è un’operazione curatoriale molto sottile, che ha presentato una serie di messinscene di testi di Havel accanto a una prima parte di indagine su gruppi provenienti da territori in forte emergenza politica come Bielorussia (Belarus Free Theatre, Yuri Khaschevatsky), Ucraina (Dakhabrakha, Theatre for Displaced People o un incontro con il premio Nobel Svetlana Alexievich) e Russia (Teatro Di Capua, Viktor Shenderovich).
Abbiamo assistito ad alcuni degli spettacoli e degli incontri pubblici in programma, ma soprattutto discusso del vero scopo di ogni progetto di networking in Europa, di quanto importante sia radunare un gruppo con background nazionali diversificati per, innanzitutto, mettere in crisi certi argomenti.
Quando si tenta di ingaggiare una discussione su temi di interesse globale, è evidente quanto spesso certe posizioni provengano da una prospettiva non del tutto condivisa. Questo perché la storia di una nazione dà forma alla storia del pensiero dei suoi abitanti.
Da un lato, lo stesso tema può essere affrontato da una prospettiva radicalmente distante da paese a paese – non tutte facili da comprendere per un punto di vista straniero –, dall’altro è evidente come una visione del “teatro internazionale” sarebbe meramente composta da una selezione di alcuni “campioni” di estetiche e tendenze artistiche nazionali, estratti da una lista molto più lunga di gruppi, artisti e compagnie teatrali.
Questa è difatti la strategia alla base del progetto editoriale di Conflict Zones Reviews: mantenere i suoi autori in movimento (fuori e dentro la metafora), far sì che visitino paesi stranieri alla ricerca di quelle particolari tracce di un pensiero comune attorno a grandi argomenti. Una chiave potrebbe essere di guardare a essi usando strumenti comparativi, facendo in modo che ogni autore sia consapevole del proprio background e, al contempo, trovi un modo per metterlo alla prova.
Tra le questioni più urgenti nell’attuale critico panorama trans-nazionale c’è quella dell’identità nazionale, un ombrello virtuale molto difficile da tenere sopra la testa di tutti.

È difficile stabilire in che punto la devozione e il talento per il teatro mostrati da Václav Havel abbiano incontrato la sua ascesa politica, così come difficile è definire la natura del suo status di intellettuale, il suo tenace attivismo politico e il livello della sua influenza in un’Europa del cambiamento, nella seconda metà del Ventesimo secolo.
La decisione di dedicare l’intero programma “a Havel, con amore” è già di per sé una presa di posizione, dimostra quanto forte sia la gratitudine mostrata dal popolo della cultura ceca nei confronti del connazionale drammaturgo e saggista (scomparso nel dicembre 2011), che era stato anche il nono e ultimo presidente della Cecoslovacchia e il primo presidente della Repubblica Ceca.
Dopo una selezione di otto commedie (Havel ne firmò un totale di 22), il Festival ha presentato Velvet Havel, una produzione della compagnia Divadlo Na zábradlí, scritto da Miloš Orson Štědroň per la regia di Jan Frič. Questo spettacolo può forse essere usato come strumento per dare forma a qualche considerazione sul ruolo di Havel nel disegno di un’identità nazionale.

L’allestimento di Štědroň’s (Best Performance of the Year nel 2013) è un pastiche di satira e humour alla maniera dei vaudeville, prevalentemente al servizio di un’operazione molto sottile, che glorifica e allo stesso tempo critica una figura politica così straordinariamente carismatica e influente. In assenza di una trama coerente, la performance mette a punto un folle cabare in cui Havel – ritratto come un giovane con un taglio di capelli rockabilly – è riportato in vita in una sorta di purgatorio, dove gli viene chiesto di ripercorrere alcuni eventi chiave della sua vita privata, di fronte allo zio Miloš Havel, un ben noto produttore cinematografico.
“Life is a cabaret!; In kino veritas!”. Dialoghi, monologhi, danze, canzoni e musica dal vivo si mescolano sul palco creando un colorato varietà, molto difficile da seguire per chi non familiarizzi con i trivia sull’ex presidente e sulla sua vita di scrittore, di amante e di incurabile fumatore, sempre diviso tra la responsabilità dell’impegno politico e la carriera artistica.

Bisogna tuttavia ricordare quanto unico sia stato il viaggio verso l’indipendenza dal regime comunista cecoslovacco, quella “Rivoluzione di Velluto” cui fa eco anche il titolo della pièce. In un solo mese (17 novembre – 29 dicembre 1989), l’ex stato autonomo del blocco sovietico diede vita a una repubblica parlamentare, senza assolutamente alcuna resistenza violenta opposta dal Partito Comunista, i cui rappresentanti si dimisero dopo solo una settimana di manifestazioni studentesche (di cui proprio Dočekal era stato fervente animatore) e uno sciopero generale.
Václav Havel, come uno dei membri fondatori del testo di iniziativa civica Charta77, giocò un ruolo chiave nella raccolta di consenso intorno all’indipendenza dall’Unione Sovietica e una più profonda attenzione ai diritti umani. Il suo mandato come presidente della Repubblica Ceca, seppur ampiamente sostenuto dal popolo, non mancò di ricevere qualche aspra critica, specialmente nei confronti di certe decisioni di politica estera.

Parlando con qualche spettatore al termine di Velvet Havel, l’impressione è che una tale attitudine umoristica nel descrivere una figura popolare e la sua influenza sulla gente sia tipicamente ceca. Jakub, uno giovane professionista slovacco che vive a Praga, racconta un curioso fatto di cronaca: Největší Čech (Il grande ceco) è il nome di un sondaggio televisivo lanciato nel 2005 dall’emittente nazionale Česká televize attraverso il quale alla pubblico veniva chiesto di nominare la più grande personalità ceca della storia. Il vincitore fu Jára Cimrman, che non poté di fatto ritirare il premio. Questo aneddoto chiarisce perfettamente il senso dell’umorismo ceco, dal momento che Cimrman è un personaggio di finzione. Creato da Jiří Šebánek, Ladislav Smoljak e Zdeněk Svěrák per il programma radio Nealkoholická vinárna U Pavouka nel 1966 come caricatura del popolo ceco, Cimrman finì per essere riconosciuto come uno dei più significativi simboli cechi, con libri, commedie e film che lo hanno visto protagonista o addirittura “autore putativo”.
L’opinione di Jakub è che i cechi non siano molto coinvolti politicamente e che il senso dell’umorismo mostrato in Velvet Havel sia una fedele rappresentazione di una sorta di spirito nazionale, che – focalizzandosi più sulla forma che sul contenuto – nello spettacolo di Frič/Štědroň trova un equilibrio molto sottile ed equilibrato tra critica e apologia.

Nel 2011 a Riga, l’importante regista lettone Alvis Hermanis presentò Ziedonis and the Universe, uno spettacolo era, al contempo, un omaggio e un responso critico all’attività intellettuale e politica di Imants Ziedonis, il “poeta nazionale” morto poco tempo dopo, universalmente riconosciuto come l’icona più rappresentativa della cultura lettone attraverso il periodo sovietico e oltre. Anche qui, la commedia consegnava un misto tra la rivelazione dell’influenza sociale di un individuo e la sua celebrazione. In entrambi i casi, l’atto di svelare le contraddizioni di una società si risolveva nel risvegliare una coscienza socio-politica. Fatti ed effetti del passato (nel caso della Repubblica Ceca e della Lettonia: l’influenza politica ed economica sovietica, così come le conseguenti rivoluzioni culturali) paiono giocare un ruolo cruciale in termini di come le persone forgino gli strumenti per raccontare la propria storia collettiva. Di fatto, un tale uso satirico delle arti performative è strettamente connesso al senso di comunità che riunisce la coscienza degli individui.

Tornando nella Praga del 2016, una riflessione che sfida questo discorso si può trovare nei testi introduttivi al programma di sala del Crossroads Festival. Quello di Michael Žantovský – direttore della Václav Havel Library – riassume il pensiero di Havel in un modo esemplare: “A differenza di tutti gli altri politici, la filosofia [di Václav Havel] non poggiava su una dottrina ideologica e sulla necessità di un potere che la applicasse, ma su un bisogno essenziale degli individui di vivere una vita autentica e piena di significato, parte della quale sta nella consapevolezza di essere co-responsabili di ciò che li circonda e del destino di altri esseri umani”.
Da questa prospettiva, Havel voleva attirare l’interesse del popolo ceco non tanto attraverso una propaganda strettamente politica in grado di innescare un intervento attivo, quanto piuttosto veicolando un senso di comunità basato su un immaginario condiviso, in grado di trarre senso dal vivere come un collettivo di individui. In altre parole: delle idee che creano proattivamente un’identità, piuttosto che un’ideologia che ne impone una. Anche se Ziedonis non era un leader politico, era di certo un punto di riferimento culturale, ancora nella Riga del 2011. E questo parallelo con Havel potrebbe essere assunto come materiale utile per questo piccolo esperimento di “microstoria”, che ha usato le arti performative per gettare luce sulla mentalità di un paese. E, ancora una volta, mettere in crisi una concezione semplicistica del “teatro internazionale”.

 

 

Published on 21 October 2016 (Article originally written in Italian)